sábado, 28 de diciembre de 2013

TERCERA MENCION-POESIA CASTELLANO- LA ESCOBA DE DON PANCHO

POESIA CASTELLANO 
TERCERA MENCION - LA ESCOBA DE DON PANCHO- ADOLFO ZABALZA- PERGAMINO

LA “ESCOBA” DE DON PANCHO, EL PAPA.-


Don Pancho no me le afloje
métale por lo carpido,
elimine lo podrido
aunque alguno se le enoje,
ni siquiera se sonroje
ante la grey mal oliente,
de un entramado conciente
que usted va  desbaratar,
y a quienes ya sin dudar
los ha de enfrentar valiente.-

Parece que su llegada
hizo a varios zapatear,
pues saben que va a apretar
 poniendo el dedo en la llaga,
será grande su patriada
si logra que el Vaticano,
sea ejemplo soberano
de la humildad y el honor,
y arome cual bella flor
sobre el jardín de su mano.-

Los honrados de este mundo
plegarias han de elevar,
para que usted pueda actuar
sobre temas muy profundos,
sabe que hay oscuros puntos
que nadie ha osado tocar,
por tal, a no claudicar
en la histórica patriada,
que ha de verse acompañada

por su coraje ejemplar.-

CUARTA MENCION - POESIA CASTELLANO- LA HISTORIA INTRASCENDENTE

CUARTA MENCION , POESIA CASTELLANO
ELVIRA SEMILLANO MARCO- ESPAÑA

LA HISTORIA INTRASCENDENTE




Como en los cuentos...¡Casi increíble!
Como la anécdota que nos asombra
es esta historia de amor, los versos
de una carátula vivida en prosa.

Fue en una noche de plenilunio
cuando el otoño cimbreó en la fronda
y le dio al parque la sinfonía
en la hojarasca que se hacía alfombra.

Y era que se era una pordiosera
greñosa y sucia, trastera y sola
que sobre un banco ponía su hastío
y de silencio cubría sus horas.

Había olvidado su edad. Su vida
era ...¡lo que era! No había memoria
que le doliera ni le alegrara.
¡Quién recordaba a la pobre Antonia!

Pero, esa noche, el vagabundo
que día tras día fuera su sombra,
puso en sus ojos su gris mirada
y en su regazo dejó una rosa.

Del desconcierto a la carcajada
hubo un silencio lleno de incógnitas.
¿quién era ese hombre? ¿Duende, payaso,
Rey o emisario de la corona?

El desastrado irguió la ruina
 de sus espaldas y oliendo a escoria,
bajo la rota chaqueta arcaica,
fue a conquistarla como a una novia.

-Yo soy- le dijo- ¡lo que tú quieras!
Seré el esclavo de tus limosnas.
por ti yo dejo pitillo y tinto.
No ha de faltarte pan y cebolla.

¡Vente conmigo! que este Don nadie
te ha hecho un espacio en su mazmorra.
No pasa el agua ni pasa el viento,
serás mi Reina Zarrapastrosa.

Echado a un lado, su perro flaco
le aulló a la luna, lamió su cola

y puso el diente sobre las pulgas
que aunque famélicas eran acróbatas.


En tanto ella fue recordando
de su pasado todas las cosas:
sus fantasías y sus pasiones
en la arrogancia de ser hermosa.

Se vio de nuevo sobre las torres
que el tiempo quiso volverle estopa
y, por su suerte, golpeando puertas
que respondían, ¡ya no eres moza!

Desde sus lágrimas miró al mendigo
que la observaba como a una Diosa...
y el banco pétreo que la aguantaba
se le hizo un trono tallado en roca.

Celando, el hombre extendió su mano.
Se paró el perro en su pata coja,
y fue para ella cual fiel caballo
dispuesto al yugo de su carroza.

¡Ya no dudaba! Abrió los brazos
y cuando el viejo exclamó-¡Señora!...
sintió que su alma se despertaba
para besarlo sobre la boca.

Y por la senda de la miseria,
aquel Don Nadie llevó a su Antonia,
quien dejó pruebas de lo ocurrido,
pues sobre el banco olvidó la rosa.

PRIMER PREMIO- CUENTO ITALIANO- CHIAVI

PRIMER PREMIO- CUENTO ITALIANO- CHIAVI


GALLIANO REMO DE AGOSTINI- BUENOS AIRES. 
Chiavi

Chi non ha mai trovato dentro un cassetto in casa un mazzo di chiavi in disuso, nelle loro più svariate forme? Alcune vecchie e arrugginite dalla usura del tempo, ma pur sempre avendo condiviso un obiettivo comune: cioè quello di mantenere le porte chiuse... avendo cura di proteggerci dalla curiosità altrui, sempre disposta a ficcare il naso nelle più intime e nascoste prudenze. Vecchie chiavi che ancora oggi sono delle gelose custodi dei nostri tanti tasselli di vita, dei nostri aneddoti, avvenimenti, rivelazioni o confidenze, tristi o splendide che siano. Come quelle maestre, indispensabili strumenti per aprire e chiudere accessi vietati e non sempre concessi. Altre, quelle secondarie o circostanziali, quelle che non furono proprio tutte necessarie, persino alcune non riconoscevano la serratura. Comunque, tutte furono, nel loro momento, un simbolo di potere e possesso, avendo ognuna un senso, un’importanza, un motivo.

Stringo una di loro tra le mie mani, avverto il suo spessore, la sua solidità e il suo calore... sento che mi porta al di là delle innumerevoli aperture che con lei feci, sento che mi inoltra in socchiuse ed immaginarie aperture, verso un ingarbugliato pianeta di ricordi ... nell’universo delle memorie. D'immediato mi sento a mio agio, riconoscendo i luoghi e le circostanze. Ci sono un'infinità di chiavi, alcune chiacchierine tra loro, come delle vegliardi comari che si ritrovano dopo tanto tempo e sentono la imperiosa e pressante necessità di raccontarsi delle vecchie e fantastiche storie personali, che non coincidono con la realtà del passato. Altre, riunite come un succoso grappolo di campanelle allegre e gozzoviglianti mi fanno sentire il loro suono cristallino, vivace, vibrante e metallico:

Clic clac, clic clac.

Rivedo le più notabili che, io, docile e rispettoso, consideravo, stimavo e apprezzavo, non solo per le loro dimensioni, bensì per la specifica gerarchia che esse avevano, come ad esempio la chiave del porticato della casa del nonno, molto simile a quella del portale scolpito del Duomo, oppure, anche se di inferiore misura ma non per questo di minore importanza, quella che la nonna portava appesa al collare, come fosse una intoccabile e pregiata gioia: era la chiave della dispensa dei generi alimentari. Averla con sé collocava l’anziana in una posizione di predominio e di autorità.  Io, con i miei pochi e curiosi anni, mi aggrappavo alle sue lunghe e scure gonne, accedendo cosi a quel "Santuario",  mentre lei dirigeva un'occhiata di ringraziamento verso l'alto e, mormorando una giaculatoria, accarezzava con lo sguardo tutto quel ben di Dio che avrebbe assicurato il cibo per la numerosa famiglia durante l'inverno.


Pure un'altra chiave mi ossessionò per molto tempo, era quella di una stanza di casa mia dove nessuno entrava e della quale nessuno parlava, come se non esistesse. Con ingegno e astuzia ottenni la chiave e, un mattino verso l'alba con essa in mano, arrivai sino alla soglia; i battiti del mio cuore cavalcavano come destriero rampante, indugiavo nel mettere la chiave nella toppa... non ebbi il coraggio di aprirla.                  
  
Poi emigrai, senza aver risolto il mistero. Molti anni dopo ritornai, il tempo e le circostanze naturali avevano modificato la fisionomia della casa, le persone che mi potevano informare purtroppo non le trovai più e quelle che sì potevano farlo, nulla sapevano dei miei ricordi...

Ancor oggi vedo la chiave del portone della casa del nonno, la chiave della dispensa della nonna, la chiave della stanza chiusa... e tutte le altre che possedei  nell’arco della mia vita. E anche se alcune mi furono avverse, tutte le altre mi rallegrarono sempre con i loro suoni cristallini, vivaci, vibranti e metallici: 

Clic clac, clic clac.                                                                                           

SEGUNDO PREMIO CUENTO ITALIANO- LA PRIGIONERA

SEGUNDO PREMIO CUENTO ITALIANO- LA PRIGIONERA
GLADYS MABEL CANTELMI- SALERNO- ITALIA

La prigioniera.docx

TERCER PREMIO- CUENTO ITALIANO- NON VOGLIO ANDARE

TERCER PREMIO- CUENTO ITALIANO- NON VOGLIO ANDARE
BIANCA AMICI - LOMAS DE ZAMORA

PRIMERA MENCION-CUENTO ITALIANO- IL TRENO FINALMENTE HA FISCHIATO



IL TRENO FINALMENTE HA FISCHIATO.
JOSEFA PERRONE- ROSARIO

Con questo titolo mi è venuta in mente un ricordo di sessanta anni fa, quando io sono venuta in Argentina, dopo aver trascorso venticinque giorni su una nave in pieno oceano.
Sono sbarcata con mia mamma e le mie sorelle a Buenos Aires, dove ci aspettava mio babbo, che dopo due anni di essere emigrato ci siamo incontrati un'altra volta.
Ricordo quando siamo scesi della nave, anche si incontrava con mio babbo un suo amico, da cui siamo stati i suoi ospiti.
Dopo due o tre giorni, non ricordo bene, abbiamo preso il treno per viaggiare a Rosario, la città dove si incontrava mio nonno.
Fu lui che dopo tanti anni di silenzio aveva scritto una lettera a mio padre chiamandolo a venire in questo Paese.
Mentre stavamo sul treno ci guardavamo fra di noi, con gli occhi sbalorditi e pieni di lacrime, nessuno diceva niente, nemmeno una sola parola...
Il treno finalmente ha fischiato, il mio cuore ha cominciato a battere forte, ero una bambina di dodici anni...
Allora ho pensato, fra poco arriveremo a Rosario.

Lì è dove comincieremo una nuova vita...

SEGUNDA MENCION- CUENTO ITALIANO- IL BAGABONDO DI ATENE

SEGUNDA MENCION- CUENTO ITALIANO- IL BAGABONDO DI ATENE 
SERGIO RICARDO QUIROGA- SAN LUIS


Il viaggiatore uscì dal piccolo albergo di Atene con la voglia di fare un ultima passeggiata. Portava in mano una busta bianca di plastica con alcuni dolcetti che aveva racimolato nell’albergo. “I Presidenti”. Non sapeva per cosa farne, inizialmente. Li avrebbe portati al suo paese e li avrebbe regalati. Avrebbe mostrato quei dolci strani di un paese sconosciuto. Stavano lì, nella busta bianca.
Passeggiò dappertutto finché poté. Aveva già visitato il Partenone e le principali attrazioni del centro greco. Anche alcune isole come Aegina, Mikonos e Santorini.
Andò quindi, per il  quartiere antico di Placa dalle stradine strette, intricate, romantiche ed affascinanti. Stava ad Atene, antica e tradizionale, perla del turismo, punto di incontro di culture differenti, ed erano le sue ultime ore da trascorrere lì.
Prima aveva visto un vagabondo, alla fine della strada pedonale su di una panchina difronte al tempio. Avrebbe commesso una buona azione, gli avrebbe portato i dolcetti. Probabilmente, ne aveva bisogno più di chiunque altro. Camminò lentamente, passeggiò tanto quanto poté, comprò alcune cassette di musica tradizionale e si decise ad andare alla fine della strada pedonale.
Il viaggiatore lo vide. Il mendicante era vestiso con un abito scuro e aveva la barba grigia, era seduto sulla panchina guardando il paesaggio cittadino. Niente lo preoccupava. Era estraneo a tutto. Si avvicinò con la busta bianca e gli disse in un inglese spagnoleggiante...”dear friend, this is for you”. L’uomo dagli occhi chiari lo guardò perplesso e gli disse: “ Thanks, but I don’t need it. Thank you very much”.
Non accettò il pacchetto bianco. Pensieroso si ritirò e tornò a camminare lentamente fino all’albergo. Che strano si disse. Perché non ha accettato? Chi potrà mai saperlo, il suo inglese non era fluido, né appropriato per sostenere una conversazione più ampia con il vagabondo. Era libero l’uomo della panchina...faceva ciò che desiderava e non aveva necessità e preoccupazioni al contrario della maggior parte di noi, pensò.
Stava quasi per arrivare all’albergo quando vide un’anziana seduta che mendicava a un angolo del suo destino. Le si avvicinò e senza dire una parola le diede il pacchetto. La vecchia donna lo ringraziò in greco e il viaggiatore proseguì con una certa felicità.


Tornò all’albergo soddisfatto, mancavano poche ore per rientrare,  qualcuno godrà dei dolci della busta bianca. Non arriveranno al suo paese, ma che importava questo. Il viaggiatore pensò che erano in buone mani, sicuramente in mani migliori, li gusteranno meglio qui.