sábado, 28 de diciembre de 2013

PRIMER PREMIO- CUENTO ITALIANO- CHIAVI

PRIMER PREMIO- CUENTO ITALIANO- CHIAVI


GALLIANO REMO DE AGOSTINI- BUENOS AIRES. 
Chiavi

Chi non ha mai trovato dentro un cassetto in casa un mazzo di chiavi in disuso, nelle loro più svariate forme? Alcune vecchie e arrugginite dalla usura del tempo, ma pur sempre avendo condiviso un obiettivo comune: cioè quello di mantenere le porte chiuse... avendo cura di proteggerci dalla curiosità altrui, sempre disposta a ficcare il naso nelle più intime e nascoste prudenze. Vecchie chiavi che ancora oggi sono delle gelose custodi dei nostri tanti tasselli di vita, dei nostri aneddoti, avvenimenti, rivelazioni o confidenze, tristi o splendide che siano. Come quelle maestre, indispensabili strumenti per aprire e chiudere accessi vietati e non sempre concessi. Altre, quelle secondarie o circostanziali, quelle che non furono proprio tutte necessarie, persino alcune non riconoscevano la serratura. Comunque, tutte furono, nel loro momento, un simbolo di potere e possesso, avendo ognuna un senso, un’importanza, un motivo.

Stringo una di loro tra le mie mani, avverto il suo spessore, la sua solidità e il suo calore... sento che mi porta al di là delle innumerevoli aperture che con lei feci, sento che mi inoltra in socchiuse ed immaginarie aperture, verso un ingarbugliato pianeta di ricordi ... nell’universo delle memorie. D'immediato mi sento a mio agio, riconoscendo i luoghi e le circostanze. Ci sono un'infinità di chiavi, alcune chiacchierine tra loro, come delle vegliardi comari che si ritrovano dopo tanto tempo e sentono la imperiosa e pressante necessità di raccontarsi delle vecchie e fantastiche storie personali, che non coincidono con la realtà del passato. Altre, riunite come un succoso grappolo di campanelle allegre e gozzoviglianti mi fanno sentire il loro suono cristallino, vivace, vibrante e metallico:

Clic clac, clic clac.

Rivedo le più notabili che, io, docile e rispettoso, consideravo, stimavo e apprezzavo, non solo per le loro dimensioni, bensì per la specifica gerarchia che esse avevano, come ad esempio la chiave del porticato della casa del nonno, molto simile a quella del portale scolpito del Duomo, oppure, anche se di inferiore misura ma non per questo di minore importanza, quella che la nonna portava appesa al collare, come fosse una intoccabile e pregiata gioia: era la chiave della dispensa dei generi alimentari. Averla con sé collocava l’anziana in una posizione di predominio e di autorità.  Io, con i miei pochi e curiosi anni, mi aggrappavo alle sue lunghe e scure gonne, accedendo cosi a quel "Santuario",  mentre lei dirigeva un'occhiata di ringraziamento verso l'alto e, mormorando una giaculatoria, accarezzava con lo sguardo tutto quel ben di Dio che avrebbe assicurato il cibo per la numerosa famiglia durante l'inverno.


Pure un'altra chiave mi ossessionò per molto tempo, era quella di una stanza di casa mia dove nessuno entrava e della quale nessuno parlava, come se non esistesse. Con ingegno e astuzia ottenni la chiave e, un mattino verso l'alba con essa in mano, arrivai sino alla soglia; i battiti del mio cuore cavalcavano come destriero rampante, indugiavo nel mettere la chiave nella toppa... non ebbi il coraggio di aprirla.                  
  
Poi emigrai, senza aver risolto il mistero. Molti anni dopo ritornai, il tempo e le circostanze naturali avevano modificato la fisionomia della casa, le persone che mi potevano informare purtroppo non le trovai più e quelle che sì potevano farlo, nulla sapevano dei miei ricordi...

Ancor oggi vedo la chiave del portone della casa del nonno, la chiave della dispensa della nonna, la chiave della stanza chiusa... e tutte le altre che possedei  nell’arco della mia vita. E anche se alcune mi furono avverse, tutte le altre mi rallegrarono sempre con i loro suoni cristallini, vivaci, vibranti e metallici: 

Clic clac, clic clac.                                                                                           

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